La signora di Cariddi
Livia De Stefani
Dall’autrice della Vigna di uve nere.
Scrive dal carcere di Rebibbia, Emanuela Lolli, contessa di Cariddi. Ha ucciso e lo ammette, non cerca scuse. Scrive le sue memorie, i peccati suoi e quelli dell’alta società siciliana. Scrive perché ha bisogno di ripercorrere amori, silenzi, ipocrisie e crudeltà, ma soprattutto le circostanze che l’hanno spinta verso l’abisso di un gesto estremo: non per scagionarsi, ma per raccontare sé stessa.
Sin dall’infanzia, Emanuela sa di essere erede di un mondo aristocratico in declino, fatto di disciplina, debiti e apparenze. Il suo destino, d’altra parte, è scritto nel suo stesso nome, che – come il mostro mitologico, Cariddi – si trasforma in un vortice che la inghiotte e la trascina a fondo. Vedova a ventiquattro anni dopo un matrimonio infelice, poi abbandonata dall’amante, Emanuela usa carisma, intelligenza e fascino per sedurre, ma non rinuncia mai al suo orgoglio. E sarà proprio l’orgoglio, l’ultima cosa di valore che le rimane, a spingerla tra le braccia di un destino ineluttabile.
Il vero carcere è il passato, non questo in cui sono stata rinchiusa oggi all'alba... Il passato è un mucchio di bugie. Una certezza che ora mi fa intraprendere il cammino a ritroso nel tempo col timore di non trovarci niente.