Il rumore della memoria
Ruben Barrouk
Un rumore sottile, persistente, misterioso: non si capisce né cosa sia né da dove arrivi. E, soprattutto, a sentirlo è una persona soltanto, un’anziana ebrea che vive nel quartiere di Guéliz, a Marrakesh. Preoccupati per la sua salute, la figlia e il nipote lasciano Parigi per tornare in Marocco, ben dieci anni dopo la loro ultima visita. Un tempo fulcro della nutrita comunità ebraica della città e luogo di pacifica convivenza con gli arabi, negli anni ’60 il quartiere si è svuotato e, dei fasti di un tempo, ormai non rimangono che gli echi e i fantasmi. La visita dei due “stranieri” diventa così una sorta di viaggio tra mausolei, cimiteri dimenticati e terre sacre, culle di un passato che si è fatto di tutto per dimenticare e che invece, a poco a poco, riemerge, accendendo i ricordi e la Storia di una luce nuova, inedita, che si riflette sul presente di una famiglia e di un intero popolo. Perché il passato ha sempre molto, moltissimo da raccontare. Basta sapere come mettersi in ascolto del rumore della memoria.
Non ho vissuto a lungo. Ma ho vissuto abbastanza da convincermi che il Marocco fosse pieno di ebrei. Da dove venga questa convinzione, non lo so. Forse dall'infanzia. Per un bambino, il mondo è piccolo. Così piccolo che tutte le persone che lo abitano si somigliano, perché non c'è spazio a sufficienza per essere diversi. Non sono vivo da tanto tempo. Ma ho vissuto abbastanza da vedere che l'errore si compiace di sé, e che il mondo è grande. Così grande che gli ebrei che se ne sono andati non sono mai più tornati.