Caterina Ricciardi
Donne infelici confinate nella solitudine e nella logorrea: una raccolta di racconti acidi

Alias, 15 febbraio 2015
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"La prima cosa che faccio al mattino è spazzolarmi i denti e affilarmi la lingua": ecco uno dei tanti aforismi pungenti che hanno contribuito a imprigionare, con (purtroppo) la sua complicità, la caustica Dorothy Parker nel cliché della donna arguta e tagliente a scapito di altri suoi meriti. Anni dopo ella stessa si renderà conto della figura letteraria low profile di quella canonizzazione liquidante quando, ormai in declino, in un'intervista per la "Paris Review" (1956) vorrà rivendicare la disciplina da lei esercitata nella scrittura del racconto verso la conquista di un'impeccabile "precisione" ("non riesco a scrivere cinque parole al giorno senza cambiarne sette"); una precisione pari a quella dei grandi maestri del genere suoi contemporanei: gli amici di Hemingway e Fitzgerald. E così sembra di poter ammettere leggendo Dal diario di una signora di New York (traduzione di Chiara Libero, pp. 130, € 14,00), la seconda tranche di racconti (da far invidia alla scuola dei "minimalisti" e altri derivati di oggi) proposti da Astoria dopo Eccoci qui (2013) e a quasi settant'anni da una prima selezione curata da Montale per Bompiani (1941).
Flapper eterodossa dell'Età del Jazz, passata nell'arco di dieci anni dai popolari "Vogue" e "Vanity Fair" al neonato e più intellettuale "New Yorker". Parker arriva tardi alla narrativa ma con il vantaggio di una concisione acquisita dalla scrittura giornalistica e pubblicitaria e di un senso del ritmo assimilato attraverso la pratica della poesia: due abilità che torneranno utili se applicate, come farà, all'elegante smascheramento delle debolezze e le ipocrisie dell'alta borghesia newyorchese fra le due guerre, scarnificandone la flamboyance come in una vuota copertina di "Vogue". La malinconica Mrs. Lanier di Un cuore tenero ne è, in questo senso, il ritratto più felice.
Parker tuttavia non rivendica una "mente visiva", sente e racconta "le cose con le orecchie": una dichiarazione di poetica risolta al suo meglio nella forma originalissima del racconto come monologo, nell'uso di un registro alto (e solitamente maschile) piegato a servire il triviale della vita. Parker punta sul protagonismo di una voce femminile che, intrappolata nelle sue fatuità, demolisce dall'interno la forza della sua autorevolezza. La sprezzatura è acida. Le voci anonime e vacue di Sentimento o Il valzer sprofondano tragicamente nel pathos; quella di Una telefonata in un'assurda litania: "Ti prego, Dio, fa' che chiami adesso. Caro Signore, fa' che chiami adesso. Non ti chiederò mai nient'altro, giuro. Non ti chiedo poi molto…". Così inizia la 'non-telefonata' e così continua, parodiando un'infinita preghiera che si fa demonizzazione non dell'amante insolvente, o di un Dio altrettanto insolvente ma del telefono, quel nuovo strumento di (in)comunicazione trasformato nel più perfido antagonista/interlocutore nella vita di queste donne di New York. Si riesce a provare anche un po' di simpatia per loro; sono donne infelici nel matrimonio o afflitte da tradimenti e abbandoni (l'uomo è raramente presente, e quando c'è è di poche parole), donne malate di egoismo e satiricamente confinate nella solitudine del denaro e della loro logorrea. Ma sono così, perché le convenzioni le vogliono così.
Diversa è invece la misura adottata nella rappresentazione di problemi sociali più seri, quelli che servono a fare da controcanto alle adulterazioni snob. In questi casi Parker preferisce riacquistare la distanza offerta dalla narrazione in terza persona. Vestire gli ignudi (i "negri", i derelitti) è una storia coraggiosa e controcorrente, mirata a restituire a chi soffre in altro modo almeno un po' di 'giustizia poetica'.


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