Gian Paolo Serino
Parker, tutte le virtù in un circolo vizioso

Il Giornale, 24 gennaio 2015
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«La miglior frase in tutte le lingue è: si allega assegno». Questa è Dorothy Parker, una delle più controverse scrittrici americane del '900. Da una parte alcune sue poesie e racconti sono immortali, dall'altra il suo stile di vita anticonformista l'ha sempre condannata, ingiustamente, quasi a essere ricordata soltanto per la sua ironia.
Ora torna in libreria con una nuova edizione di Dal diario di una signora di New York (Astoria, pagg. 128, euro 14, traduzione di Chiara Libero, dal 28 gennaio), antologia di undici racconti che rendono il valore di un'artista sottovalutata.
Nata il 22 agosto del 1893 nel New Jersey, non ebbe un'infanzia facile, come si può leggere nella splendida biografia An Unfinished Woman di Lillian Hellman (la compagna di Dashiell Hammet). Figlia di un ricchissimo industriale tessile, sua madre morì quando lei aveva cinque anni. Nel 1912 suo fratello non sopravvisse al naufragio del «Titanic» e un anno dopo morì anche suo padre. Poco più che ventenne approdò a Vogue: scriveva «stupide didascalie a delle stupide fotografie di moda» (come amava ricordare) guadagnando 10 dollari la settimana (pagava una retta settimanale d'affitto di otto dollari, compresi due pasti al giorno, e per mantenersi suonava il piano la sera nei locali). Poi, a 24 anni, passò a Vanity Fair (in sostituzione di P.G. Wodehouse) come critica teatrale. Era la sua consacrazione, ma dopo tre stroncature talmente azzeccate che gli spettacoli furono costretti a chiudere intervennero i potenti produttori di Broadway che la fecero licenziare.
Nel 1917 sposa Edwin Parker (dal quale divorzia dopo pochi mesi) per poi convolare a nozze ben due volte con lo scrittore Alan Campbell (che ispirò il protagonista di Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald e morì per overdose) dal quale divorzierà altrettante volte. Nel frattempo, nel 1919 la scrittrice con alcuni intellettuali, giornalisti, scrittori e critici fonda il leggendario Circolo Vizioso che riuniva il meglio della cultura newyorkese all'«Algonquin Hotel» di Manhattan (poi rievocato in un film prodotto da Robert Altman e diretto da Alan Rudolph nel 1994 con il titolo Mrs. Parker e il circolo vizioso). Nel 1925 Harold Ross fonda il prestigioso New Yorker e di lì a poco la Parker ne diverrà assidua collaboratrice sino al 1933, scrivendo brillanti e spesso caustiche recensioni di libri. Nel frattempo, ormai assurta a simbolo della New York più mondana (che lei girava con un cappello a falde larghe e un boa di struzzo sulle spalle), amica intima di geni della letteratura come Hemingway, Fitzgerald e Ring Lardner, debutta come poetessa e diventa sceneggiatrice per Hollywood. Un rapporto non facile anche quello con il mondo del cinema: da una parte guadagna somme enormi e viene candidata all'Oscar nel 1937 per la scrittura di È nata una stella (poi interpretata nei remake da Judy Garland e Barbra Streisand), dall'altra critica quel mondo apparentemente dorato scrivendo che «il denaro di Hollywood non è denaro, ma neve ghiacciata che ti si scioglie in mano».
La premessa biografica è necessaria per comprendere Dorothy Parker: perché tutti i suoi scritti sono autobiografici. La sua vita, caratterizzata da un innato anticonformismo e dal dolore, la portò a scrivere poesie (lei preferiva chiamarli «versi») e racconti intimamente legati alle sue esperienze. Segnata da un aborto, da tentati suicidi, da ricoveri per esaurimento nervoso, è una scrittrice ustionata dalla vita, ma capace di reagire alle ingiustizie (umane) con una forza narrativa che coniuga l'ironia alla condanna dei vizi della società del suo tempo. Non le fu perdonato di ridicolizzare la borghesia ottusa cui pure apparteneva. Quelle esperienze da una parte le fecero assumere atteggiamenti sempre più estremi riducendola a un'alcolizzata, dall'altra le permisero di comporre versi come: «I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi;/ l'acido macchia; i farmaci danno i crampi./ Le pistole sono illegali; i cappi cedono;/ il gas fa schifo. Tanto vale vivere...».
E visse. Affidandosi all'inchiostro. Come nel racconto Vestire gli ignudi , senza alcun dubbio il suo vertice narrativo che da solo vale il prezzo di copertina. Un racconto sui più deboli, sugli sfruttati, anche solo dalla nostra quotidiana abitudine di chiudere gli occhi davanti alla più piccola ingiustizia o nefandezza. Un racconto che, come ha scritto Fitzgerald, l'autore di Il grande Gatsby, «è un lampo nella tempesta. Illumina la volgarità per quella che è». Dorothy Parker morirà da sola in una stanza di un piccolo alberghetto, per un infarto, nel 1967. Già, la cinica Parker che scriveva «la frase più bella in tutte le lingue del mondo è: si allega assegno» morì in apparente povertà. Apparente, perché la polizia nei suoi cassetti trovò tantissimi assegni mai incassati, alcuni risalenti anche a dieci anni prima, «come da testamento» da destinare in beneficenza. Sulla sua lapide c'è scritto: «Scusate per la polvere».


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