Alessandra Stoppini
Sophy la Grande
ilrecensore.com, 11 ottobre 2012
bollo

“Sì, sì, sono vostra cugina Sophia, ma non vuoi chiamarmi Sophy? Se qualcuno mi chiama Sophia mi sento in disgrazia, e non è piacevole. E tu, come ti chiami?”.
È Sophy la Grande di Georgette Heyer (Astoria, 2012) briosa e indipendente protagonista di questo arguto romanzo che così si presentava alla sua tribù di cugini che dimoravano a Palazzo Ombersley in Berkeley Square.
Londra 1816, Napoleone Bonaparte “l’orribile mostro” era stato fermato a Waterloo appena un anno prima e l’Inghilterra viveva un periodo di pace grazie alla reggenza del Principe di Galles Giorgio che guidava le sorti dell’Impero Britannico al posto del padre Giorgio III dichiarato pazzo. A sconvolgere la serena routine della dimora di Lord Ombersley era stato lo squillo del campanello che annunciava l’arrivo a Palazzo di Sir Horace Stanton - Lacy, fratello della padrona di casa. Drummond il maggiordomo aveva condotto Sir Horace con “estrema maestosità per l’imponente scalone verso il Salone Azzurro, dove lady Ombersley era quietamente assopita accanto al camino, uno scialle di cachemire sui piedi e la cuffia decisamente storta”. Dopo i consueti convenevoli tra due fratelli che non si vedevano da parecchio tempo, Sir Horace “uomo di indiscutibile bellezza, di aspetto ben proporzionato” e “vedovo da quindici anni” che aveva allevato la sua unica figlia da solo, era venuto subito al motivo della sua visita. “Voglio che vi prendiate cura di Sophy mentre io vado in Sudamerica”. Dopo un primo momento di disorientamento Sua Signoria, la quale “godeva di una salute incerta, aveva un carattere mite” e aveva sempre accanto a sé una scorta provvidenziale di aceto aromatico, aveva accettato di prendersi cura della nipote ventenne. “Una simpatica cosina, la mia Sophy! Ha la testa sulle spalle. Io non mi do mai alcuna pena per lei.” Sophia sarebbe andata ad abitare insieme agli zii e ai cugini Ombersley e chissà forse con un po’ di fortuna una ragazza posata, riflessiva, intelligente come Sophy che possedeva una fortuna considerevole, avrebbe anche trovato un ottimo partito… “Ciò che desidero per lei adesso è soltanto che frequenti la Società con i cugini, incontri le persone giuste… ebbene, sapete che cosa intendo!”
E così Sophy era finalmente sbarcata a Londra suscitando da subito ammirazione e stupore “quattro cavalli fumanti tiravano la sua carrozza, due cavalieri la scortavano, e dietro cavalcava uno staffiere di mezza età che teneva per la briglia uno splendido morello”. La piccola Sophy descritta da Sir Horace era “alta un metro e settantacinque e costruita senza economia: gambe lunghe e seno fiorente, un viso pieno di gaiezza, e lucenti e folti riccioli castani sotto uno dei cappellini più audaci ed eleganti che mai le cugine avessero visto”. Inoltre la piccola Sophy che presto si sarebbe rivelata Grande sia per mentalità e sia per generosità era accompagnata da Jacko “una scimmietta in marsina scarlatta”, un pappagallo e Tina una cagnolina impertinente e gelosissima della sua padroncina. “Sophy non sarebbe mai stata una bellezza. Era davvero troppo alta; il naso e la bocca erano troppo pieni; e due begli occhi grigi non valevano da soli a riscattare gli altri difetti. Ma nessuno poteva dimenticare Sophy, per quanto uno potesse non ricordarne la forma del viso o il colore degli occhi”.
The Grand Sophy pubblicato nel 1950 viene ora edito dalla casa editrice Astoria per la prima volta in edizione integrale. Una prima edizione italiana era stata pubblicata nel 1981 dalla Mondadori.
Nella sua lunga e prolifica carriera l’autrice scrisse 56 romanzi spaziando dal thriller, al tema storico più trentaquattro volumi dedicati al periodo Regency (1811-1820) riuscendo a vendere milioni di copie. Ingiustamente considerata solamente una scrittrice di romanzi rosa, la Heyer durante cinquant’anni di onorata carriera seppe descrivere il cosiddetto periodo della Reggenza inglese con maniacale puntiglio e con dovizia di particolari rivelando vizi e virtù dell’alta società britannica. Riscoperta e ammirata da una scrittrice del calibro di Antonia S. Byatt, Georgette Heyer si accinge a essere riscoperta nel nostro Paese grazie alla Casa Editrice milanese che con lungimiranza e fiuto pubblica letteratura prevalentemente femminile neglected, dimenticata. “Una letteratura capace di guardare al mondo con una certa ironia e leggerezza” secondo la definizione di Monica Randi fondatrice di Astoria.
Raffinate ed eleganti le battute, alias i colpi di fioretto che si scambiano nel romanzo il cugino Charles che non “apprezzava nessuna stravaganza” e Sophy “Credo di avervi già detto, cugina, che vivevamo molto bene prima che giungeste voi a distruggere tutto il nostro benessere”. Ma come si può non amare Sophy che cavalca come una provetta amazzone ad Hyde Park in sella a Salamanca “cavallo superbo dai modi affascinanti” e che salva dai guai con arguzia e spirito i cugini Ombersley? Nessuno potrà dimenticare Sophy “adorabile demonio” ma soprattutto “ragazza radiosa”.
“Non credo che abbiamo più avuto un giorno di pace da quando quella ragazza è entrata in casa”.
Georgette Heyer nacque a Wimbledon (Londra) il 16 agosto 1902 e morì a Londra il 4 luglio 1974. Cominciò giovanissima a raccontare storie ispirate alla Primula rossa della baronessa Orczy per intrattenere il fratello malato. Spinta dal padre Georgette mise questi racconti in forma scritta e nel 1921 a soli diciannove anni pubblicò il suo primo romanzo La falena nera. Da lì e fino al 1973 scrisse senza interruzione un bestseller dopo l’altro. Sophy la Grande è tradotto da Anna Luisa Zazo, traduzione delle parti mancanti di Bruna Mora.


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