Michele Lupo
Il libro di Miss Buncle
Il paradiso degli orchi, settembre 2011
bollo

Immaginiamo un piccolo villaggio scozzese negli anni Trenta del secolo scorso. La crisi economica si fa sentire. Le piccole rendite della signora Buncle non le bastano per andare avanti. Le viene un’idea bizzarra. E bizzarra anche perché è l’ultima persona da cui in quella piccola comunità ci si aspetterebbe una tale sfrontatezza, una tale audacia. Nessuno immaginerebbe miss Buncle (una tipa scialba, dimessa, malvestita, anonima) alla prese con un romanzo da scrivere. Invece è questo che la donna si mette in testa di fare: osservare la sua gente, rappresentare senza scarti stilistici (non se li potrebbe permettere) o scatti dell’immaginazione (potrebbe soltanto sognarseli) caratteri e storie dei suoi compaesani. E lo fa per necessità. Per sopravvivere. Pure, quando il primo editore che contatta (il primo che trova per ordine alfabetico – per dire la sua totale sprovvedutezza rispetto al mondo culturale) le scrive per sottoporle un contratto vantaggiosissimo, stenta a crederci.
Tant’è. Ha preso le sue precauzioni, Miss Buncle, si è data uno pseudonimo (John Smith! niente di più). L’editore, sorpreso e divertito dall’apparizione della persona con cui aveva appuntamento, nel frattempo non ha solo intuito che in quel libretto privo di particolari meriti letterari può nascondersi l’affare, ma è stuzzicato da quella che gli pare un’interessante ambiguità fra un dettato davvero molto facile, elementare, e un’ironia senza parere – tono che farebbe sorgere nella mente di qualsiasi lettore la domanda: ma il tipo c’è o ci fa?
La donna stessa gli sembra “una strana miscela di semplicità e destrezza” e il nipote collaboratore dell’editore, prima di conoscere Miss Buncle gli aveva detto: “Il tizio che ha scritto questo libro deve essere un genio oppure un imbecille”. Ma se lui sembra pronto a spassarsela, ancor più quando scopre che è “una tipa”, e la sua scrittrice all’inizio potrà godersi un successo ben più importante di quello bastevole a rinnovare il guardaroba, gli abitanti di Rivargenton non saranno della stessa idea. Uno per volta, una lettrice e un lettore per volta, le animelle candide ma non troppo del villaggio, verranno sconvolte dal vedersi ritratte con quella veridicità precisa e lucida che nessuno perdona a nessuno. Del resto, l’editore, perfido la sua parte, aveva pensato che il titolo giusto per le cronache di Miss Buncle fosse “Disturbatore della quieta pubblica”.
Dorothy Emily Stevenson, scrittrice scozzese (1892-1973),di scarsa fama attuale ma notevole successo in vita, autrice di una quarantina di romanzi, scrive a sua volta senza apparenti grandi pretese una commedia che sorniona e delicata in superficie fa esplodere un vero e proprio terremoto nel villaggio ridicolizzato dal libro della signora, traumatizzato prima ma deciso poi a trovare il colpevole del gigantesco, incredibile affronto.
Il romanzo che leggiamo noi è spassoso. Lo humour non ha la ferocia acuta della grande tradizione britannica, perché la scelta della scrittrice sembra quella di imitare il tono del libro scritto dal suo personaggio: un tocco leggero e amabile, persino blando a momenti, ma in realtà implacabile nella descrizione del suo mondo. Educato ma spietato nel descrivere il potere che un libro può avere sulla vita di chi vi si riconosce come personaggio. Ora, se l’effetto è devastante (e ci sono persone che se la prendono a morte solo perché il personaggio che le adombra in realtà non sa fare la marmellata come si deve), mettete insieme lo sconquasso emotivo di decine di persone, descritte tali e quali, non sai se da una mente innocua e troppo semplice, o da una strega cattivissima che finge d’esser garbata (in realtà lo è), e avrete Il libro di miss Buncle: gli abitanti del villaggio iniziano a guardare gli altri così come suggerito dal libro che li racconta, peraltro chiuso nella semplice osservazioni di gesti, comportamenti e dati di fatto. Gli attacchi isterici si sprecano. Qualche coppia va in crisi.
Un libro che ti rivela a te stesso, in realtà ti “mette in moto”, ti fa “diventare ciò che sei”: la potenza diventa atto, etc. Perciò, partono le minacce per l’editore, danno la caccia al vero autore, cercano di convincere gli altri a fare lo stesso e per convincerli procurano una copia del libro a tutti quelli che ancora ne sono privi e non lo hanno letto: con il che, il successo dello stesso aumenta.
Il romanzo della Stevenson è un cristallino esempio di una filosofia editoriale apprezzabile, quella della piccola astoria, di Milano: testi dimenticati, per lo più di scrittrici, eleganti, all’apparenza di puro intrattenimento ma in realtà caustici e non privi di sfondi sociali – di costume – tutt’altro che disprezzabili.



astoria S.r.l.
corso C. Colombo 11, 20144 Milano
C.F. e P. IVA 07224010962
T. +39 02 84143277

bollo