Francesco Trojano
Sognando Jane Austen
Tuttolibri, 9 aprile 2011
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Lo videro in pochi da noi, all’epoca della sua uscita nelle sale, Cold Comfort Farm (1995). Un peccato. Girato per la Bbc dal settantenne John Schlesinger, in grande forma, il film era una delizia, grazie anche ad interpreti del calibro di Stephen Fry e Ian McKellen. La sceneggiatura di Malcolm Bradbury prendeva le mosse da uno spiritoso romanzo (1932) di Stella Gibbons, che ne segnò l’esordio: ora, dopo sparute uscite, La fattoria delle magre consolazioni (trad. di B. Mora, pp. 290, e 17) viene riproposto da una neonata casa editrice, Astoria. Nel raccontare la storia di Flora Poste, orfana a vent’anni, aspirante scrittrice in cerca d’ispirazione in una fattoria del Sussex di proprietà di bizzarri parenti, la Gibbons vetrioleggia con eleganza il genere passionale-gotico assai in voga all’epoca (si pensi a Thomas Hardy, D.H. Lawrence, Mary Webb), individua e satireggia temi di moda, dalla psicoanalisi alle star hollywoodiane, sino ad un maschilismo malcelato sotto panni d’intellettualismo. Quanto alla figura della protagonista, la scrittrice ha per certo tenuto presente la lezione di Jane Austen: ella sogna, non a caso, di scrivere nella maturità un romanzo bello come Persuasione e assomiglia nel carattere ad Emma. Convinta di conoscere meglio dei diretti interessati cosa sia meglio per loro, dedita al compito di riprogettare la vita d’altri, a differenza dell’eroina austeniana riesce nella sua impresa: rivitalizza l’ambiente e vi porta gioia, fantasia, calore. La scrittura della Gibbons sprizza ironia e snobismo, nell’accezione migliore del termine. Chi ha apprezzato Zia Mame di Patrick Dennis ed il suo stravagante sense of humour, non potrà che trovare ancora più godibile la prosa della nostra: irresistibile, ad esempio, quando rovescia il luogo comune che ritiene paradiso della civiltà la campagna inglese del ricco Sud (siamo negli Anni Venti), od aggredisce un’Inghilterra con tenacia aggrappata alle proprie convenzioni. Dolce ma non come il giulebbe, arguto ma senza ferocia, La fattoria delle magre consolazioni invera la frase della Jane Austen di cui in precedenza, posta in esergo: lascia che siano le penne altrui a indugiare sulla colpa e sulla sofferenza.

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